Violenza di genere, lavoriamo sulla discriminazione

Non si parla mai abbastanza di volenza sulle donne. Lo facciamo ogni 25 novembre, ma chiaramente non basta. E’ indispensabile farlo sempre, far sentire la propria voce lungo tutto il corso dell’anno.

Nell’ultimo anno i femminicidi in Italia sono stati 92, donne assassinate dai propri mariti, fidanzati, ex o colleghi di lavoro. Una donna su 3, tra i 16 e i 70 anni, ha subito nella vita almeno una volta qualche forma di violenza fisica o sessuale. Parliamo di 7 milioni.

Esistono tanti piani sui quali si può affrontare la questione, partendo da una considerazione fondamentale.

La violenza di genere non è solo un problema inerente alla sicurezza ed incolumità fisica e psicologica delle donne e dei minori che vi assistono. E’ una gravissima forma di discriminazione legata ad una cultura sessista che svilisce la donna, ne oggettivizza il corpo e ne limita l’individualità, la visibilità e l’autorevolezza. E’ un problema culturale – e in quanto tale appartiene a tutti, non solo alla donna – capace di infiltrarsi subdolamente in tutte le sfaccettature della vita – familiare, affettiva, economica, sociale, politica – che riflette e allo stesso tempo rafforza gli stereotipi nelle relazioni tra i membri della società. E’ una gravissima violazione dei diritti fondamentali: quelli alla vita, alla libertà, alla sicurezza, alla dignità, all’integrità fisica e mentale, all’uguaglianza tra i sessi. A partire dagli anni settanta del XX secolo si è costituito un vero e proprio movimento contro la violenza di genere, che ha trovato solo da qualche anno una risposta legislativa efficace.

Ritengo quindi che la prima forma di prevenzione riguardi la parità, di genere, fra uomo e donna, non solo nel privato, ma anche nel pubblico, sul posto di lavoro, liberando le donne dagli ostacoli, senza uguaglianza c’è spazio solo per la violenza. E soprattutto le nostre istituzioni devono farsi carico anche di creare una nuova cultura del rispetto, senza sessismo, divario salariale e violenze sul posto di lavoro.

Non basta lavorare su strumenti repressivi ma è necessario lavorare di più sul rafforzamento della rete di protezione, investire di più su specializzazione e formazione degli operatori dell’intera filiera, dare nuovo impulso e concretezza alle azioni di prevenzione, sostenere di più e meglio i servizi antiviolenza, le reti di contrasto, i progetti di autonomia per donne vittime di violenza, ripartire dalle scuole con l’educazione al rispetto della differenza e dell’identità di genere.