Tutte le bugie del governo… in un unico DEF

Quanto sono antipatici, in politica e non solo, i “ve l’avevamo detto…”. Eppure la tentazione viene in un momento nel quale il Documento Economico e Finanziario presentato dal governa mette a nudo le bugie della campagna elettorale, le promesse non mantenute, le bugie distrutte dai fatti.

L’esecutivo ha infatti varato nei giorni scorsi il DEF, dopo lunghe trattative e un brevissimo Consiglio dei ministri, evitando, per sfuggire alle domande scomode dei giornalisti, la tradizionale conferenza stampa, e limitandosi a consegnare una scarsa nota. Sono passati dallo streaming al silenzio stampa. Del resto è comprensibile il loro imbarazzo. Questo 2019 doveva essere un “anno bellissimo” (cit. Presidente Conte), e invece rischia di riportare gli italiani agli anni bui della crisi economica e sociale e del disastro finanziario.

 

L’ECONOMIA NON CRESCE

La crescita del PIL non c’è. Per i prossimi tre anni sarà pari a uno zero virgola, niente di più.

Il quadro economico e finanziario che emerge dal DEF 2019 conferma la “grande frenata” del Sud, secondo la Svimez. In un Paese che si ferma, dopo quattro anni di ripresa, nel Meridione torna il segno meno, con una previsione che scende a -0,21.

 

REDDITO DI CITTADINANZA E QUOTA 100: EFFETTI SUL PIL QUASI A ZERO

In particolare, il DEF fa riferimento all’impatto sulla crescita dei consumi delle famiglie ascrivibile al reddito di cittadinanza a partire dal secondo trimestre di quest’anno, il quale dovrebbe fornire uno stimolo ai consumi delle famiglie meno abbienti (con una propensione al consumo più elevata della media) in grado di determinare un effetto positivo sulla crescita del PIL reale di appena 0,2 punti percentuali nel 2019. Analogamente, le misure relative al sistema previdenziale (c.d. quota 100), che avrebbero un effetto “neutrale” – quindi pari a zero! – sul PIL nel 2019.

 

IL DEFICIT DI FIDUCIA CHE PESA SUI CONTI

Il Governo ha penalizzato la crescita due volte, al netto delle conseguenze della congiuntura internazionale più debole del previsto. Una prima volta al momento del suo insediamento, quando grazie ad annunci sguaiati e contraddittori, ha fatto crollare la fiducia di famiglie e imprese e quindi anche la spesa per consumi e investimenti, con conseguenze anche sul lungo periodo. Una seconda volta con la legge di Bilancio 2019 e con questo DEF, confermando che le misure messe in campo, in particolare quota 100 e reddito di cittadinanza, hanno effetti, come abbiamo visto, molto modesti sulla crescita.

L’incertezza e il clima di sfiducia che caratterizzano famiglie e imprese permangono ancora, come ha registrato anche l’Istat, e inevitabilmente si riflettono nella bassa dinamica dei consumi e degli investimenti. “In una parola il Paese è sull’orlo della recessione e il Governo è senza strumenti per affrontarla”. È il totale fallimento della “manovra del popolo”.

 

L’INGANNO DELLA “TASSA PIATTA”: LA “FLAT TAX”

Ulteriori e ingenti risorse – oltre 50 miliardi di euro l’anno secondo varie stime, anche del Centro Studi Confindustria – andrebbero reperite per consentire la riforma delle imposte sui redditi, con l’introduzione della “flat tax”, che va contro il principio di progressività del sistema tributario, stabilito dall’articolo 53 della Costituzione. Significative sono le osservazioni della Confindustria, che pure non è contraria all’idea di una “flat tax” o “quasi flat tax” (con due aliquote). Secondo l’Associazione degli industriali dovrebbe comunque accompagnarsi a un sistema di deduzioni/detrazioni che assicuri il principio di solidarietà, evitando la sovrapposizione di diversi regimi impositivi che creerebbero ulteriore complessità. Una sua implementazione al momento appare molto costosa in termini di minor gettito fiscale e, se fatta a parità di gettito, rischia di tradursi in aliquote troppo elevate.

Sulla “tassa piatta” la CGIL sostiene che “passare da un sistema multi-aliquota, che dovrebbe essere corretto e più progressivo, ad un sistema con una o due aliquote, finanziando la modifica con la riduzione delle spese fiscali, non può generare maggiori vantaggi per lavoratori e pensionati rispetto ai redditi più alti“8. Preoccupazioni analoghe sono state espresse anche dalla CISL, che paventa “ingiustificati e inaccettabili vantaggi fiscali per i redditi più alti”9, mentre la UIL ritiene che porterà “più squilibri e più iniquità”

 

TAGLI ALLA SPESA PUBBLICA

Anche per quanto riguarda la revisione della spesa pubblica (spending review), nel DEF non ci sono indicazioni precise su dove intervenire per “tagliare”. Nel pubblico impiego, misure di contenimento della spesa, come ad esempio nuovi blocchi del turn over, si scontrerebbero con il già avvenuto calo della dotazione di personale e con l’invecchiamento degli addetti, e con le promesse elettorali della maggioranza di nuove assunzioni. Nella sanità ulteriori tagli della spesa inciderebbero sulla qualità dei servizi offerti. I tagli alla spesa pubblica non appaiono inoltre conciliabili con le scelte operate finora da Lega e M5S di aumentare la spesa pensionistica prevista con quota 100 e le altre prestazioni sociali a seguito dell’introduzione del reddito di cittadinanza.

Un taglio sicuro previsto come clausola di salvaguardia – un’altra – arriva per il mancato rispetto dell’obiettivo fissato nell’ultima legge di Bilancio di un indebitamento netto pari al 2 per cento del PIL. Sono due miliardi di spese della Pubblica Amministrazione, accantonati in una tabella a garanzia dei conti, ed ora “tagliati” definitivamente. Ci sono 1,18 miliardi a carico del Ministero dell’Economia, 481 milioni destinati agli incentivi alle imprese, 159 milioni tagliati al Ministero dello Sviluppo, 300 milioni al Ministero delle Infrastrutture, destinati al trasporto pubblico, 150 milioni in meno alla Difesa, 100 milioni sono tagliati al Ministero dell’Istruzione (70 Università e 30 milioni dalla ricerca), altri 40 milioni sono tagliati alla cooperazione e sviluppo e così via.

 

ESPLODE IL DEBITO PUBBLICO

In questo contesto, si fa sempre più pesante e insostenibile il nostro debito pubblico, che rischia di “esplodere”, nel senso di un aumento rapido, come ha evidenziato Pier Carlo Padoan, ex ministro dell’Economia, al suo successore Giovanni Tria durante un’audizione sul DEF alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato.  Dopo la stabilizzazione accompagnata da una prima riduzione nel triennio 2015-2017, che ha invertito un trend crescente in corso dal 2008, il debito pubblico in rapporto al Pil – invece di scendere di un punto percentuale come previsto da Governo a dicembre – nel 2019 aumenta fino al 132,6 per cento. Un rapporto che nelle valutazioni dell’UPB potrebbe persino continuare ad aumentare fino al 135,4 per cento del PIL nel 2022